Domenica
5 Aprile,
erano le
23 circa quando
sono rientrato
a casa dopo
una cena tra
il lavoro
e l’amicizia.
In macchina
mi sono sentito
sobbalzare
per qualche
secondo, come
se un amico
buontempone
mi scuotesse
violentemente.
Contemporaneo
compariva quel
mugolio, sordo
come un lamento
viscerale,
un borborigmo
senza punto
di origine.
L’amico
buontempone
era quello
stesso alle
cui facezie
ci eravamo
abituati da
un po’.
Da Gennaio,
infatti, quasi
settimanalmente
si faceva
sentire. Ma,
un po’ come
nel film X-men
2, il verme
divoratore
era sotto
controllo.
Così ci
era stato
detto più e
più volte
dalla stampa
e dalle televisioni
locali. Dunque,
parcheggio,
senza particolari
precauzioni,
nel piazzale
alberato a
100 metri
da casa.
Casa:
una palazzina
cielo-terra
di 3 piani
e piccolo
attico, di
stesura settecentesca,
manipolata
più volte
in seguito,
e da noi restaurata
12 anni fa.
Per strada,
davanti il
mio ingresso,
gli studenti
che alloggiano
in affitto
negli appartamenti
di fronte
di cemento
armato. Sono
una decina,
in strada.
Una ragazza
piange: “non
ne posso più,
ho paura voglio
andare via”.
Un ragazzo
l’abbraccia
protettivo.
Stai tranquilla.
Sono scosse
di assestamento.
Ormai ci siamo
abituati.
Li guardo
intenerito
e pudico,
timoroso di
intralciare
quella tenerezza
di finti adulti
lontani da
casa. Passo
oltre, entro
in casa, salgo
al primo piano,
dove abbiamo
i letti. “L’hai
sentita?” Lucilla,
mia moglie. “Si” rispondo, “hai
paura, che
vuoi fare?”. “No.
Io sono tranquilla,
quasi abituata.
Virginia (piccola
mia, di 12
anni da compiere
un’ora
dopo!) però è scossa.
La facciamo
dormire con
noi, nel lettone?”.
Lavinia, la
grande (grande
di tredici
anni e mezzo) è a
Parigi in
gita scolastica.
Così ci
prepariamo,
come ogni
sera quasi
tranquilli.
A letto. Un
letto d’epoca,
veneziano,
con una spalliera
piuttosto
alta e stucchi.
Stranamente
essenziale
e per questo
bellissimo.
Lascio la
luce dell’abat-jour
accesa. Chissà… Si
dorme?
All’una
circa sono
svegliato
da un’altra
scossa. O
l’ho
sognata? Resto
sveglio. Dopo
un po’ ne
arriva un’altra.
Mia moglie
apre gli occhi
e mi rassicura: “Tesoro,
sono tranquilla.
Ormai ci conviviamo
da mesi.” Virginia
dorme. La
raggiungiamo
dopo un po’.
Alle
3 e mezzo
vengo scosso
violentemente.
Come mai mi
era capitato.
Il letto salta,
si muove.
Non c’è più luce
elettrica,
polvere dovunque,
si fa fatica
a respirare
tra questa
e l’odore
acre, inconfondibile
del gas di
città,
e il ballo
continua,
accelera, è forsennato,
sale il rumore,
quel borborigmo
che diventa
un ululato
rotto dagli
allarmi delle
auto e da
grida, grida,
grida attorno.
Virginia chiama.
Mi butto su
di lei per
ripararla
dalla pioggia
di calcinacci
e urlo: “Non
preoccuparti, è finito, è finito!” Ripeto
istericamente
quella frase
per 22 secondi
durante i
quali continuavo
a perdere
senso dell’orientamento
e null’altro
si poteva
fare.
E’ finito!.
Grido finalmente
per l’ultima
volta e “ordino” a
mia moglie
e mia figlia
di seguirmi,
di scappare
via, subito.
Scendo dal
letto. Macerie
sul pavimento.
Polvere e
odore di gas.
Urla da fuori.
Non si vede
nulla. Cerco
a tentoni
la porta,
ma non riconosco
la camera
da letto:
la stanza è cambiata.
O almeno il
letto è in
un’altra
posizione.
La trovo.
Si apre. A
tentoni raggiungo
la rampa delle
scale con
la sensazione
di non trovare
le pareti
al posto giusto.
La rampa non
c’è: è un
cumulo di
macerie. A
piedi nudi
su quei sassi,
poi sui vetri
e i resti
dei quadri
dell’ingresso.
Voglio vedere
se si apre
la porta.
Sembra di
no, poi qualche
spallata e
ci riesco
e un po’ di
luce delle
stelle penetra
la nebbia
e lenisce
l’angoscia.
Grazie a Dio
non siamo
prigionieri.
Corro di nuovo
su. Prendo
Virginia e
chiamo Lucilla.
E approccio
di nuovo la
discesa. Ma
stavolta perdo
l’equilibrio
e cado di
schiena, assieme
a Virginia,
violentemente
sul pavimento
dell’ingresso.
Un bel volo,
forse di 1metro
e mezzo – due?
Per un paio
di secondi
ho fosfeni. “Virginia,
Lucilla, uscite!
Uscite, sto
bene!” Intanto
verifico che
muovo le gambe
e le mani.
Ho un dolore
terribile
nell’intero
tratto lombare.
Sicuramente
mi sono fratturato.
Mi faccio
forza ed esco
quasi carponi,
poi mi metto
in piedi e
vedo l’orrore
che mai avrei
creduto o
pensato. Il
palazzo di
fronte: 5
piani di
cemento armato
accartocciati,
stratificati
come carte
da gioco.
Non sarà più alto
di 3-4 metri,
ora. Non viene
una voce da
lì dentro.
Un silenzio
feroce. Mani
nei capelli,
piango, Daniela
e i bimbi
Davide e Matteo;
Maria Pia
e i figli
e quell’anomalo
pitbull buono,
l’avvocato
Fioravanti.
Che gentiluomo,
con la sua
piccola collezione
di auto d’epoca
e il sorriso
nonostante
la leucemia,
e gli altri
e gli studenti,
quelli che
piangevano
e si consolavano.
Che facciamo?
Grido e capisco
di non poter
fare nulla
e mi rendo
conto di avere
le mani sulla
testa, “tra
i capelli”.
Travi di cemento
armato di
vari metri
schiacciano
i resti di
quella casa.
Senza una
gru è impossibile
fare qualunque
cosa. A piedi
nudi sui sassi
della città atterrati
per terra
come tre zombi
facciamo i
50 metri che
ci separano
da Via XX
Settembre dove
altri zombi
seminudi si
aggirano senza
meta, con
gli occhi
sbarrati,
senza saper
dire una parola,
guardandosi
attorno e
piangendo,
alcuni. Attraversiamo
il parco alberato
nel cui piazzale
ho parcheggiato
e raggiungiamo
la macchina.
E’ coperta
di detriti
e polvere,
ma agibile.
Con lucidità sia
io che Lucilla
avevamo preso
le chiavi
della macchina
dal portaoggetti
sul tavolo
dell’ingresso
fortunatamente
in piedi.
In auto passiamo
qualche ora,
mentre la
folla aumenta
nel piazzale,
assieme al
dolore lombare.
Continuano
le scosse.
Ignoranti
di aver già vinto.
Continua il
fuoco su una
popolazione
inerme e afflitta.
Non posso
più muovermi.
Vedo arrivare
da lontano
i suoceri
di Daniela.
Composti,
già orribilmente
consapevoli?
Sento un ragazzo
chiamare Maria,
Mariaaaa da
sopra le macerie: “c’è mia
sorella lì sotto,
Mariaaaa!” Alcuni
hanno piccole
torce elettriche
e scavano
con le mani.
Il termometro
della mia
auto indica
3 gradi. Chiedo
a mia figlia
di avvolgermi
una pezza
da vetri attorno
ai piedi congelati.
Maledetta
terra, fredda
e inaffidabile.
Passano amici
e volti noti.
Qualcuno si
ferma e mi
trasmette
affetto e
incoraggiamento,
e ne riceve
da me. Non
vedo traccia
di isteria.
Uno stupore
silenzioso
e controllato.
Tutti si chiedono
tra le lacrime:
ha bisogno
di qualcosa?
Sapendo di
aver poco
o nulla da
offrire. Aspettiamo,
come bombardati, le
luci dell’alba.
Per capire.
Ma da capire
c’è poco.
Il nostro
mondo ancora
rutta, volgare
e incurante.
Non sazio.
Mia
moglie (pazza,
forte e grande
donna) torna
a casa. Vuol
vedere, ancora
una volta
capire. Entra
per qualche
secondo. Per
riuscire a
prendere scarpe
per me, ciabatte
per lei, due
giacche delle
bambine (una
delle quali
Virginia offre
ad un’altra
bimba nel
piazzale)
una giacca
per me e il
mio portafogli,
altro miracolo:
documenti
e carte di
credito fondamentali
alla sopravvivenza
in qualunque
giungla urbana.
E per farmi
un resoconto. “Casa
non c’è più.
Abbiamo perso
tutto. Sai
a chi dobbiamo
la vita? Alla
spalliera
del letto
che ci ha
riparato dai
massi della
casa a fianco,
accasciata
come un vecchio
sulla nostra.
I massi hanno
forzato, curvato
su di noi
la spalliera
spingendo
il letto contro
l’altra
parete. Senza
di essa, ci
sarebbero
venuti addosso,
sulle teste”. Deo
gratias. Una
serie di coincidenze
ci ha salvato
la vita. Il
resto non
conta. Il
resto si rifarà.
Sono indeciso
ora. Andiamo
in Ospedale
a L’Aquila,
dove troverò certamente
il caos dei
feriti ammassati,
o direttamente
fuori, Avezzano,
Sulmona, Teramo.
Ma chissà cosa
ha combinato
il terremoto
da quelle
parti? Chissà le
strade? Pensieri
contorti che
trovano soluzione
presto: “Portami
in Ospedale
a L’Aquila.
Sto per svenire
dal dolore”. Sono
quasi le otto.
Passiamo per
una circonvallazione
fuori città evitando
scientemente
il centro
con l’auto,
e ai nostri
occhi si offre
anche qui
lo scenario
di guerra
che immaginavamo.
Arriviamo
e troviamo
un’apocalisse
ben oltre
le previsioni:
l’accesso
al pronto
soccorso bloccato
da un crollo
e il magnifico costosissimo-ma-solido
ospedale è provato,
inginocchiato,
macilento.
Dico a mia
moglie di
andare direttamente
nel mio reparto.
Inutile intasare
il DEA. E
qui trovo
gente che
dalle 4 del
mattino lavora
indefessa
e già sconvolta
dai primi
orrori. Riesco
a essere studiato.
Sento l’affetto
di chi mi
sta intorno.
Sono su una
barella, finalmente,
con un toradol
in vena, e
il dolore
si lenisce.
Ho eseguito
RM e TC mentre
le scosse
continuavano
impetuose
ed impietose.
Ho una diagnosi
di frattura
somatica superiore
di L2 e varie
contusioni.
Mi faccio
parcheggiare
nel piazzale
sulla barella
aspettando
gli eventi.
Nel frattempo
attorno a
me l’affanno
e l’operosità di
decine di
medici e paramendici
amici che
passandomi
vicino mi
aggiornano
sull’orrore
che ha devastato
la città.
Molti di noi
hanno perso
la casa. Fortunatamente
nessuna perdita
di vite nel
nostro reparto.
E io non ho
notizie di
mia madre,
mio fratello,
mia sorella,
i nipoti:
non ho potuto
prendere il
cellulare,
sepolto dentro
casa. Quanto
siamo stati
viziati dalla
tecnologia! Tanto
che il suo
venir meno
rischia di
compromettere
seriamente
anche le elementari
quotidianità.
Col mio cellulare
ho perso la
rubrica telefonica
e quindi tutti
i contatti
col mondo. “Avrà fatto
un back-up,
Prof!” Uno
dei miei allievi
scaltri. “ Certo,
nel laptop che è rimasto
sepolto” . “ E
un altro di
riserva? “ “Certo,
assieme a
tutto il lavoro
degli ultimi
anni, su due
memorie esterne
che, guarda
caso, avevo
portato a
casa per rivedere
alcune cose”.
Nel frattempo
gli eventi
sviluppano.
In tarda mattinata
l’ospedale è dichiarato
inagibile
ed evacuato.
Mi cerco un
ricovero altrove
con la difficoltà di
non conoscere
più i
numeri di
telefono di
nessuno. Ricordo
a memoria
quello che
sicuramente
ho usato più di
qualunque altro
nell’ultimo
decennio:
Sossio Cirillo.
Mi aiuta con
un affanno
e un affetto
quasi imbarazzanti.
Vuole partire,
mandarmi l’esercito,
la marina,
i bersaglieri
e anche di
più.
Infine prende
contatti con
Roberto Delfini
e gli amici
Neurochirurghi
del Policlinico
Umberto I
a Roma, che
mi accolgono
con grande
disponibilità dopo
qualche ora.
Lì:
Alessandro
e Francesca
Bozzao con
un pigiama
a righe che
la RAI ha
reso celebre,
pantofole,
intimo, e
calore e affetto
infiniti.
I miei amici
romani, che
in un paio
di ore hanno
portato a
triplicare
il mio patrimonio:
possedevo
a fine serata
4 pigiami,
8 mutande,
una decina
di T-shirt, 2
paia di pantofole,
una tuta da
ginnastica;
Carlo Catalano:
il mio giornalaio
affettuoso,
premuroso;
Alessandra
e Cesare Colosimo
il cui televisore
ancora trasmette
l’angoscia
della mia
città in
quel reparto,
Vanina al
cui figlio
chiedo perdono
per il furto
fatto dalla
mamma a mio
favore (un
lettore dvd
e relativi
filmetti che
mi hanno fatto
un po’ di
compagnia),
Alfonso e
Maria Ciolina,
che mi hanno
portato le
foto dei palazzi,
delle strade,
dei monumenti
della nostra
città,
adesso straniera,
e poi Bozzao
senjor, Passariello,
fino al Prof.
Cantore, grande
ex Direttore
della Neurochirurgia
del Policlinico
e il Prof.
Romanini,
grande ex-Direttore
dell’Ortopedia
del Policlinico,
e tanti tanti
colleghi che
in un attimo
sono diventati
amici di sempre,
generosi e
pietosi a
tentare di
lenire quelle
ferite che
l’orgoglio
della mia
terra non
voleva che
io trasmettessi.
Da
ieri sera
sono a casa.
Dei suoceri,
a Roma. Generosamente “sfollato” qui
con la mia
famiglia.
Molti mi hanno
cercato, mi
hanno mandato
messaggi,
mail, che
non ho ricevuto
e non riceverò (il
server dell’Università dell’Aquila è fuori
uso). La
mia nuova
mail personale
provvisoria è mgallucci@hotmail.com;
il mio cellulare:
3338563319.
A
tutti voglio
inviare un
abbraccio
caldo, affettuoso,
grato. A tutti
chiedere di
aver pazienza
se le attività societarie
avranno qualche
disagio dovuto
alla necessità di
riorganizzare
la mia vita
personale
e professionale.
Con
grande cordialità
Massimo
GalluccI |